Le vie del cinema


Le vie del cinema

i film dai Festival di Venezia e di Locarno a Milano

Tra i 40 film in programma segnaliamo: Après mai di Olivier Assayas, The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair, O Gebo e a Sombra di Manoel De Oliveira, Love is all you need di Susanne Bier, Paradise: Faith di Ulrich Seidl, Wadjda di Haifaa Al Mansour; il cinema italiano sarà rappresentato da È stato il figlio di Daniele Ciprì, La città ideale di Luigi Lo Cascio, Acciaio di Stefano Mordini, L’intervallo di Leonardo Di Costanzo e Bellas Mariposas di Salvatore Mereu. Inoltre, il vincitore del Pardo d’oro La fille de nulle part di Claude Brisseau e i corti di Dino Risi, ritrovati nell’archivio della Veneranda Fabbrica del Duomo.
Il programma completo della manifestazione è pubblicato sul sito www.lombardiaspettacolo.com e distribuito in allegato al Corriere della Sera di lunedì 10 settembre.
Da martedì 11 settembre vendita dei biglietti per tutte le proiezioni presso l’Infopoint Apollo spazioCinema e on line suwww.lombardiaspettacolo.com.

IMMAGINI DAL 14°FEFF di Udine
























Le cifre? Il Festival friulano ha superato la soglia dei 50 mila spettatori
(diversamente dagli anni scorsi, però, le proiezioni si sono svolte soltanto

al “Giovanni da Udine”) e dei 1200 accreditati (le provenienze coprono 16
nazioni). Almeno 20 mila, invece, le persone messe in circolo dalle numerose
attività collaterali, tra il centro cittadino (ma qui, purtroppo, il meteo
ha giocato un ruolo determinante) e la discoteca Discoteatro Minnamoro
(affollatissima base delle FEFF Nights).

Distribuzione Indipendente



Amici di Invideo

aderisce all’iniziativa di Distribuzione Indipendente.

Distribuzione Indipendente

è un progetto volto a sostenere e rilanciare il cinema indipendente e d’autore insieme a tutte le realtà associative che lavorano per salvaguardare quel cinema “invisibile” che altrimenti andrebbe perduto.

Le proiezioni dei film forniti da Distribuzione Indipendente avviene in contemporanea nazionale con tutte le sale aderenti al progetto

Lo sguardo della videoarte

Quando mi chiedono “a cosa serve la videoarte” io rispondo: a niente. A cosa serve l’arte? A niente, eppure se l’arte non esistesse…(ecc.). La videoarte è “semplicemente” una forma d’arte. Decifra segmenti del mondo, aspetti del vivere, in modo diverso da quello della comunicazione. Ci offre uno sguardo particolare sulle cose. Avvalendosi ovviamente della tecnologia video, o se preferiamo del linguaggio video. Questo linguaggio (talvolta specificamente elettronico, talvolta ibridato coi linguaggi del cinema, del teatro, della pittura…) può insomma aiutarci a capire un po’ meglio, o da punti di vista altri, questioni piccole e grandi del nostro vivere, oppure può rileggere altrimenti il già scritto, il già dipinto, il già creato, in una fase culturale in cui si è coscienti di quanto l’arte di tutti i secoli ha prodotto e di come non se ne possa prescindere. Il video consente una serie di effetti (di “figure di scrittura”) che possono complessificare l’immagine, generare simultaneità e compresenza di piani, mescolare testi e immagini, modificare la temporalità, alterare i colori. I “trucchi” erano noti al cinema fin da Méliès: ma in video sono quasi il regime naturale. Una costante metamorfosi ottenibile in diretta, sia in fase di ripresa che – ancor più – in fase di montaggio. Questa grande versatilità diventa puro esercizio (dilettantesco o virtuosistico) quando la realizzazione non è sostenuta da un’idea, ma può diventare uno strumento straordinario in mano a un artista, o anche a un giovane esordiente ricco di talento. Come accade, del resto, in tutte le arti.Se poi vogliamo uscire dall’ambito ristretto della “videoarte”, il mezzo elettronico offre anche al campo del documentario, dell’autobiografia, della notazione ambientale e sociale, la possibilità di una scrittura audiovisiva diversa: piccolissime telecamere maneggevoli consentono un grado di intimità impensabile o assai difficile per una troupe cinematografica, diventano proprio una penna e un taccuino d’appunti (come profetizzava Alexandre Astruc alla fine degli anni Quaranta), esaltano la nozione di continuità e di durata. La mescolanza poi di questa possibilità con quelle praticate dalla videoarte (insomma, quello che i francesi chiamano “documentario di creazione”) può produrre risultati di grande spessore. Se ne avvantaggia un genere non nuovo ma oggi assai più praticabile, quello della videosaggistica, della possibilità di dar corpo (immagini, suoni) al pensiero, al ragionamento, talvolta alla biografia, al commento critico.Non si dovrebbe, quindi, più parlare di videoarte? Certo, oggi tutto (o quasi) si gira e si monta in digitale, perfino Hollywood ha capito che i racconti non vanno più raccontati – o vanno sovvertiti, rovesciati, ingarbugliati -, il cinema elettronico comincia ad avvalersi di numerosi effetti non solamente spettacolari, anche i telefilm giocano sulla compresenza di varie immagini e sui punti di vista “impossibili”. Eppure…eppure, almeno in Italia, la “videoarte” (a dispetto della cronica sordità di istituzioni grandi e medie e apparati TV e a dispetto della mancanza di finanziamenti) sembra cominciare ora, e quello di “videoarte” è oggi un termine molto usato, molto diffuso (talvolta un po’ a sproposito, ma pazienza), molto apprezzato. In fin dei conti si capisce bene la sua distanza dal cinema e dalla TV. I giovani hanno capito che le serate, le rassegne, gli incontri di videoarte offrono comunque qualche sorpresa per l’occhio e per l’orecchio, che le videoinstallazioni coinvolgono anche altri sensi e chiamano in causa lo spettatore, che nella zona indefinita e spesso negletta della videoarte si annidano la poesia, uno sguardo diversamente politico, una postura “non riconciliata” con l’ordine – il disordine – audiovisivo mondiale, un rigore insomma di ricerca, un’isola di pensiero reale. E, mostrando e insegnando la videoarte, coltivo il desiderio (talvolta esaudito) che giovani realizzatori coscienti di linguaggi altri possano – oggi che con gli strumenti domestici di montaggio la creazione video è davvero accessibile a tutti – reinventare il linguaggio audiovisivo, progettare in modi diversi anche un backstage, un video musicale, il ritratto di un personaggio, una piccola documentazione. L’importante è non essere faziosi: cercare queste isole di diversità ovunque, come dico sempre ai miei studenti. In un libro, in un film, in un documentario (anche i più “puri”, quelli non contaminati dall’estetica dell’effetto), in tutta l’arte…. non stancandosi mai di confrontare, discutere, conoscere, dissentire, appassionarsi. La videoarte non serve a niente? Che ne dite?

Sandra Lischi, Pisa, 28 marzo 2005

FAR EAST FILM 12



Oltre 50 mila spettatori:

bilancio-record per la dodicesima edizione!

Il capolavoro coreano Castaway On The Moon trionfa agli Audience Awards 2010! Sul podio anche il Giappone, con Accidental Kidnapper, e l’Indonesia, con The Dreamer.

UDINE – Tempo di bilancio per Far East Film 2010. E se parlare di edizione-record, ormai, è una tradizione, parlarne per dodici anni consecutivi è davvero qualcosa di più: è un autentico record nel record, sia sul piano del puro successo che sul piano della continuità progettuale e culturale.

Le cifre? Eccole: il festival udinese, anche quest’anno, ha oltrepassato la soglia dei 50 mila spettatori, tra la sede storica del Teatro Nuovo e il Visionario, raccogliendo un altissimo numero di adesioni europee e internazionali nonostante i disagi aerei causati dall’impronunciabile vulcano islandese Eyjafjallajökul. Una decina i paesi rappresentati: dagli Stati Uniti alla Spagna, passando per la Norvegia.

Facendo parlare ancora le cifre: il bookshop ha venduto più di 1600 pezzi (tra libri, t-shirt, poster, Dvd), il sito ufficiale (www.fareastfilm.com) ha totalizzato 50.000 visitatori unici nell’arco del mese di aprile e la fan page ufficiale su Facebook (www.tinyurl.com/udinefareast) ha sfondato il tetto dei 4400 iscritti.

Edizione-record, dicevamo, e non solo per tutti i colpi messi a segno dal programma, formato in larga parte da anteprime assolute, ma anche per l’eccellenza qualitativa del programma stesso, ampiamente certificata da nomi e titoli già iscritti all’albo d’oro del nuovo cinema asiatico! Cinema che, secondo i voti degli Audience Award, ha visto trionfare la Corea del Sud con il bizzarro capolavoro Castaway On The Moon di Lee Hey-jun: quasi un plebiscito, com’era capitato l’anno scorso per Departures, con la media stellare di 4.70 (5, ricordiamo, è il tetto massimo indicato sulle schede)! Hanno poi fatto onore ai colori del Giappone e dell’Indonesia, sempre con una media altissima (4,34 e 4,33) il secondo e il terzo classificato: l’irresistibile Accidental Kidnapper di Hideo Sakaki e il poetico The Dreamer di Riri Riza (già medaglia di bronzo nel 2009 per Rainbow Troops). Anche la giuria degli accreditati Black Dragon ha eletto numero uno Castaway On The Moon, mentre i lettori di Mymovies.it, votando direttamente online, hanno preferito il giapponese Bandage.

Giunto ad occupare un posto di primissima fila nel gruppo dei maggiori eventi cinematografici internazionali, Far East Film è un festival unico, lontano dai meccanismi di potere e forte di una sola e chiara vocazione: la passione per la cultura popolare dell’Estremo Oriente.

Una vera e propria festa del cinema che non stabilisce gerarchie tra visioni pop o d’élite: si muove a trecentosessanta gradi e incontra, appunto, il supporto di un pubblico motivatissimo e fedelissimo fatto di giornalisti, critici, studenti di cinema (consistente aumento numerico, quest’anno, con presenze da Francia, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Inghilterra), esperti, addetti ai lavori e, soprattutto, gente che ama profondamente il sogno cinematografico del lontano est. E già si comincia a progettare la tredicesima edizione: appuntamento al 2011!

Ufficio Stampa/Udine Far East Film 12

Gianmatteo Pellizzari, Manuela Morana e Ippolita Nigris

Centro Espressioni Cinematografiche

Via Villalta 24 – 33100 Udine

tel.0432/299545 – fax.0432/229815

feff@cecudine.orgwww.fareastfilm.com

CENTRALITA’ DEL CINEMA?

da la tavola rotonda di Torino Film Festival 16 novembre 2009 coordinata da A.Barbera

Il cinema è stato “l’occhio del novecento”, secondo una definizione del bel libro di Francesco Casetti. Nel senso che ha rappresentato il mezzo di comunicazione di massa più diffuso e influente del secolo appena trascorso, il più potente strumento di propaganda che sia mai stato
inventato e, in senso più ampio, il linguaggio che ha maggiormente contribuito a cambiare e a condizionare i costumi, le abitudini, i gusti e le mode della popolazione di tutto il mondo.
Ai nostri giorni, non sono pochi a sostenere che il cinema ha perduto la centralità rispetto al sistema dei media che aveva caratterizzato i primi cento anni della sua storia.
La crescente disaffezione del pubblico nei confronti della sala cinematografica tradizionale, a
vantaggio di altre forme di intrattenimento e di impiego del tempo libero (la televisione, internet in epoca più recente) sembra aver sottratto al cinema un primato che fino a qualche anno fa pochi si sognavano di mettere in dubbio. Il che non significa darlo per morto, ma vuol dire ripensare la sua capacità di rappresentare le nuove culture e di proporre modelli estetici significativi. Tuttavia altri indicatori sembrano segnalare che il cinema continua a rappresentare un punto di riferimento inscindibile, il referente espressivo significativo, insostituito e insostituibile per il rapporto fra individui, gli oggetti e il sistema della produzione, sia di prodotti industriali che di consumi culturali. Basta pensare alla pubblicità,
dalle campagne Lancia o a quelle di Dolce&Gabbana, all’utilizzo costante nella comunicazione
dei volti cinematografici, all’utilizzo delle star cinematografiche al posto delle modelle nelle sfilate di moda, ai continui riferimenti alle atmosfere, storie e modelli espressivi tratti dai film
attraverso cui gli spot cercano di rendere familiare o affascinante qualsiasi tipo di prodotto.
Analoghi richiami al cinema sono sempre più diffusi, per esempio, nelle ispirazioni dichiarate
dagli stilisti per le loro collezioni, nell’universo individuale e collettivo del web, nella musica e
nella letteratura contemporanee.

Un film per l’estate


” Niente velo per Jasira – Towelhead ” di Alan Ball (2008)

Quando il film proviene dall’estero una delle cose più delicate di cui un buon distributore deve occuparsi è la scelta del titolo in italiano e del relativo taglio promozionale che il film avrà sul mercato, il titolo ed il manifesto saranno determinanti ed influenzeranno profondamente la scelta dello spettatore. Spesso però questa fase non è dettata dal desiderio di onorare le scelte artistiche del regista o rispettare la linea impostata dalla promozione nel paese d’origine del film, bensì da più basse necessità commerciali, a volte questo genere di operazioni producono effetti devastanti sull’opera e in alcuni casi la stravolgono a tal punto da raccontare con manifesto e locandina una storia radicalmente opposta a quella che lo spettatore vedrà in sala.

Alan Ball è uno dei più brillanti ed originali creativi della tv americana contemporanea, ha creato una delle serie televisive più premiate della storia come “Six feet under” ed attualmente è impegnato in una serie dedicata al vampirismo intitolata “True blood” che sta letteralmente superando ogni record di ascolto negli Usa. Alan Ball è anche lo sceneggiatore vincitore del premio Oscar per “American beauty” ed il suo passaggio dalla scrittura alla regia era atteso già da parecchio tempo. Ma la distribuzione italiana di tutto questo dimostra di preoccuparsi molto poco, tranne che per il dettaglio su “American beauty” che ricordano in testa alla locandina italiana. Per il mercato italiano infatti la piccola storia di una ragazza per metà libanese e per metà americana che vive nella provincia a stelle e strisce durante la guerra del golfo

e che esplora per la prima volta la sua sessualità dovendosi confrontare con razzismo, sessismo ed un esperienza di stupro diventa un film sulla questione del velo con una locandina che raffigura una sensuale donna araba che ispira con il suo gesto il sesso orale. Ovvio che il film bisogna venderlo, ovvio anche che il mercato abbia le sue pretese, di solito piuttosto squallidine, ma dovrebbero esserci dei limiti. Per la cronaca il film in originale si intitola “Towelhead” ovvero “testa di asciugamano” nomignolo razzista americano che si riferisce non al velo ma al copricapo dei beduini. Jasira viene spedita dalla madre a vivere con il padre libanese dopo che il compagno comincia a dimostrare strani interessi per la figlioccia. La giovane Jasira, tredici anni, in cerca della sua identità si ritrova catapultata in una citta satellite, di quelle che hanno scuole, ospedali e centri commerciali all’interno e che sono in verità piccole fortezze isolate dal mondo esterno. La ragazza dovrà vivere con un uomo di cui sa molto poco e che sembra ossessionato per la vergine Maria e le donne esotiche. Al fine di dimostrare ai vicini di casa che la sua famiglia libanese non è retrograda e sessista il padre obbliga Jasira a fare da baby sitter al figlio dei vicini senza sapere che così facendo la lascerà nelle grinfie di un riservista arrapato e deficente che violenterà la ragazza. Ma la violenza è raccontata da Ball con molta intelligenza giocando sul filo dell’ambiguità, lasciando allo spettatore fino a pochi minuti prima della fine del film il dubbio sulla comlicità o meno della piccola Jasira. Intorno alla straordinaria protagonista si muovono anche un giovane ragazzo di colore che sceglie la libanese come sua compagna nelle prime esplorazioni sessuali ed una donna incinta americana progressista che aiuterà la ragazza a capire quello che sta vivendo ed il significato di quello che ha vissuto. Il film gioca con leggerezza su argomenti pesanti come il razzismo nelle scuole, la pedofilia, la delicatezza di un età dove il pericolo di aggressioni e manipolazioni sessuali è molto sviluppato e la naturale ricerca di se stessi che all’età di tredici anni è particolarmente tormentata. Un bel film che ci aiuta a ricordare come la società delle escort e delle veline in prima pagina sia terribilmente influente e di come il corpo della donna sia sempre di più , rispetto alla modernità del pensiero, un oggetto di potere e possesso per una percentuale spaventosamente alta di maschi. Il velo del titolo non c’entra nulla perchè Jasira ha un padre libanese cattolico, ma forse per il distributore gli arabi sono tutti uguali …

Daniele Clementi

Taxi to the Dark Side


Il 1° Dicembre 2002, Dilawar, un giovane taxista afgano, carica tre passeggeri, non farà più ritorno a casa.
Prendendo spunto dall’indagine giornalistica di Tim Golden del “New York Times” sulla misteriosa morte di Dilawar nella prigione americana di Bagram (2002), Alex Gibney intraprende una sorprendente inchiesta che, partendo dalle torture e i soprusi subiti dai “terroristi” arabi rinchiusi nelle carceri militari americane in Afganistan e Iraq, arriva a indagare e svelare la vera natura di gravissimi episodi di violazione dei diritti umani, solo apparentemente accidentali. Un’indagine che lo porta sino a Guantanamo, e ai metodi di interrogatorio della CIA negli anni ’50, ’60 e ‘70, per svelare il lato oscuro della politica anti-terrorismo dell’amministrazione Bush dopo l’11 settembre ed i tanti retroscena dell’intervento americano in Medio Oriente.

 

REGIA

Alex Gibney

SCENEGGIATURA

Alex Gibney

FOTOGRAFIA

Maryse Alberti, Greg Andracke

MONTAGGIO

Sloane Klevin

MUSICHE

Ivor Guest, Robert Logan

PRODUZIONE

Jigsaw Films

NAZIONALITA’ USA   ANNO 2007

DURATA  106′